L’uomo a una (sola) dimensione (?). La profezia di Marcuse

L’uomo a una (sola) dimensione (?). La profezia di Marcuse

L’uomo a una (sola) dimensione (?). La profezia di Marcuse 1024 489 Edi Natali
Quando fu pubblicato negli USA, nel 1964…

 

il testo di Herbert Marcuse ottenne subito una grande popolarità e, se per molti aspetti le riflessioni che vi si trovano sono legate al periodo in cui fu scritto – basti pensare alle polemiche contro il neopositivismo o la filosofia analitica del linguaggio -, per altri versi alcune di queste possono essere anche oggi di grande interesse per la loro sorprendente attualità.

Osserva Luciano Gallino nella sua introduzione al testo:

“(…) prima di negare che, come scrive Marcuse «nel descriverci  l’un l’altro i nostri affetti e avversioni, i sentimenti e i risentimenti, dobbiamo usare i termini dei nostri avvisi pubblicitari, delle pellicole cinematografiche, dei politici, dei best-sellers», perché non disponiamo più di alcun altro linguaggio, si presti qualche attenzione alle battute degli studenti su un autobus; alle conversazioni tra gli impiegati in pausa in un ufficio pubblico; o, meglio ancora, al modo di esprimersi dei componenti di una tavola rotonda sul linguaggio delle comunicazioni di massa”.[1]

Le nostre società stanno diventando sempre più omogenee nella concezione e nello stile di vita che propongono, unidimensionali dal momento che i singoli trovano sempre più difficoltà a confrontarsi con ciò che è altro da loro stessi.

Anzi, ciò che è avvertito come ‘diverso’ è ritenuto come qualcosa cui opporsi per addomesticarlo, cosicché possa rientrare in qualche modo nello status quo.

Scrive ancora Gallino che ne L’uomo a una dimensione è descritto “un tipo di personalità che è conformato fin nelle istanze più profonde dai bisogni di produzione e consumo della società capitalistica, e – somma ingiuria – o è perfettamente felice di esserlo, oppure non ha più sentimenti o parole per esprimere la propria infelicità.” [2]

Direi che questo sia di una straordinaria attualità.

D’altra parte, se il fatto che Marcuse riteneva che una spinta propulsiva al cambiamento, in Europa occidentale, sarebbe dovuta venire dagli emarginati della società oggi è difficile da accettare – dal momento che in Europa la voce di chi è emarginato spesso non è più neppure udita – è vero anche che con le sue parole egli già mostrava come dentro società unidimensionali l’opposizione sia ridotta a mera discussione, incapace di promuovere una vera alternativa allo stato di fatto.

L’alternativa è prospettata piuttosto come una chimera, illusoria, finalizzata a far credere alle persone di poter dire la loro e di poter, solo per questo, essere ascoltate.

Questo modello risulta in qualche modo totalitario, perché ciò che produce, in termini di diversità e di opposizione, rimane all’interno di ciò che il sistema contempla.

Gli stessi bisogni, afferma Marcuse, sono spesso “falsi bisogni”, bisogni “sovraimposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari”[3], così che ciò che al singolo appare libera scelta si muove in realtà all’interno del già dato.

L’attualità di certe riflessioni del filosofo tedesco la si può toccare in queste sue parole: “La maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari, di amare e odiare ciò che altri amano e odiano, appartengono a […una] categoria di falsi bisogni[4].

Già chiaro a Marcuse, tutto questo è ancor più tristemente evidente nel nostro tempo e testimonia un appiattimento, anzi, quasi una distruzione dei nuclei di ‘alterità’.

 Una testimonianza di ciò è data dalla letteratura.

Questa, come già osservava l’Autore, un tempo creava personaggi che avevano in sé la potenzialità di negazione dell’ordine costituito.

Davano corpo
ad un'alterità
non contemplata.

Ma in seguito questi vengono addomesticati e assumono una funzione già, in qualche modo, contemplata e che ha perduto il carattere di rottura dell’ordine costituito.

Il linguaggio stesso si è impoverito, eliminando quella forza talora sovversiva che certi termini portano con sè…

Termini quali contraddizione, opposizione, alterità, che costituirebbero di per sé motori propulsivi, vengono eliminati.

Basti per tutti pensare all’Aufhebung hegeliano, una negazione che supera ma conserva in sé tutto il pathos di quanto ha attraversato e ben più forte della razionalità del negativo di cui mi sembra parlare Marcuse.

Comunque questa tendenza ad assorbire e a nientificare la differenza crea, anche da un punto di vista mentale, una sorta di atrofia.

E' e sarà sempre
più difficile concepire
o accogliere
elementi ‘altri’.

A tutto ciò ha inoltre contribuito una società sempre più intrisa di razionalità tecnologica, che ha addirittura trasformato il senso di colpa in una sorta di ansia e ridotto la coscienza a mero calcolo.

E’ lo stesso Marcuse a scrivere: “Coloro che si identificano con il tutto, che sono installati nella posizione di capi e difensori del tutto, possono forse commettere errori, ma non possono avere torto; essi non sono colpevoli” [5]

Ciò ha implicato una separazione tra realtà e télos e, di conseguenza, tra scienza ed etica e tra verità e bene.

Di conseguenza anche i cosiddetti ‘valori umani’ vengono separati dalla realtà oggettiva, divenendo qualcosa di soggettivo.

Cosa ne deriva?

Intanto che il concetto di materia ha perduto ogni carattere di ‘rimando’ e se già in Aristotele si parlava di un télos  interno, ora, nell’ottica del pensiero tecno-scientifico, pare essere scomparso.

Inoltre la res extensa viene sempre più letta e ricondotta a res cogitans e, dunque, lo stesso dualismo cartesiano è ricondotto sostanzialmente ad una sola dimensione, cioè a quella del soggetto, di un soggetto che delira fino all’onnipotenza.

Senza entrare all’interno del testo, che testimonia anche quanto è stato vissuto e veduto dall’Europa nella seconda guerra mondiale e dalla società dei consumi americana degli anni ’60, dalle riflessioni di Marcuse possiamo ricavarne una lezione per l’oggi.

In nome del benessere e di una promessa di felicità, pare non ci sia alcun diritto al pensiero altro, ad una vera opposizione, ma solo ad una protesta in funzione di uno status quo, ad un’alternativa comunque gestibile o riconducibile a canoni stabiliti.

Così commenta ancora L. Gallino:

(…) Se la società non sa dialogare al proprio interno, o all’esterno, con qualche forma forma di opposizione radicale; se non sa interagire con forze che rappresentano un rischio perenne e una sfida, perché mettono in forse la sua identità, le strutture psichiche e culturali latenti che ne assicurano la persistenza, col risultato positivo che in tal modo codeste entità forzano una società a non bloccarsi, a continuare a crescere” [6].

Credo che ai giorni nostri possa esserne un esempio il giornalismo, che ha trasformato la sua carica di denuncia in talk-show.

E se è vero che il linguaggio tradisce ciò che un’epoca è, ancor più preoccupante appare la povertà linguistica che caratterizza le nostre società nordoccidentali.

Il rischio?

Che l’uomo e la donna siano ridotti a meri tasti di pianoforte, senza esserne consapevoli ma paghi e beati di realizzare una musica che credono fatta da e per loro.

Ma così non è.


[1] L.Gallino, Introduzione a H.Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1999, XIII.

[2] L.Gallino, Introduzione, op. cit., XI.

[3] H.Marcuse, L’uomo a una dimensione, op. cit., 19.

[4] H.Marcuse, L’uomo a una dimensione, op. cit., 19.

[5] H.Marcuse, L’uomo a una dimensione, op. cit., 1999, 95. Questo scivolamento su senso di colpa e coscienza è testimonianza dell’interesse di Marcuse verso la psicoanalisi.

[6] L.Gallino, Introduzione a H.Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1999, XIV.

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di Herbert Marcuse

Edi Natali

Nata a Pistoia il 30/04/64, dopo gli studi classici si laurea in Filosofia presso Università di Firenze con un lavoro sulla filosofia di G.W. Hegel; durante quegli stessi anni inizia il suo interesse per la Teologia che la porterà a conseguire, prima, il titolo di Magistero in Scienze Religiose, poi la Licenza in Teologia Dogmatica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale...

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