Terramarina, il nuovo romanzo di Tea Ranno: intervista all’Autrice

Terramarina, il nuovo romanzo di Tea Ranno: intervista all’Autrice

Terramarina, il nuovo romanzo di Tea Ranno: intervista all’Autrice 1024 489 Massimo Trocchi
In una quarantena di malattia, dopo mesi di turni ospedalieri nei reparti covid…

arriva il romanzo di Tea Ranno, che mio marito Massimo, libraio, mi regala per alleviare la solitudine e vincere la paura.

Per me, sicula di sangue, toscana di nascita e adozione, un vero dono, che ha acceso nostalgie di una vita, riempito il cuore di “amurusanza”, curato l’anosmia da infezione virale con profumi che bucano le pagine del libro.

Da qui l’idea di conoscere l’Autrice di questo gioiello dal titolo “Terramarina”-appena edito da Mondadori- e condividere con i lettori di Contrappunto una piccola intervista. Grazie Tea, per aver accettato immediatamente di essere ospitata in questo blog.

OCCHIPINTI: “Cos’è di preciso Terramarina?” fai domandare da un generale dei Carabinieri ad Agata, la splendida protagonista. “Credo che sia il sogno di ognuno di noi” risponde Agata. Forse non è privilegio di tutti, ma nella mia esperienza, se chiudo gli occhi, trovo la mia Terramarina dove la bellezza dei luoghi è incisa nell’esperienza del cuore, una bellezza che genera “appartenenza”. Nei primi mesi della pandemia, ho avuto chiaro come l’aspettativa di tornare alla mia Terramarina,  anch’essa sicula, sia stato un aiuto incredibile per trovare la forza di andare avanti. Avere negli occhi e nel cuore un luogo speciale credi sia necessario per tutti?

RANNO: Intanto grazie per queste tue parole, Margherita, sono preziose. Sapere che Terramarina ha contribuito ad alleviare la tua solitudine e a vincere la tua paura – in questo tempo in cui la vita battaglia con la morte e non sempre vince – mi dà gioia. Scrivere, per me, è aprire porte, spalancare stanze, dare aria e luce a giornate troppo spesso senza respiro, imbastire cunti che abbiano come effetto quello di straniare, far ridere, allontanare da una realtà certe volte insopportabile. Se hai riso, pianto, camminato per terre e per marine, se, portata dalle mie parole, hai respirato i profumi che abitano quella particolarissima contrada che mi piace chiamare “Terramia”,  potrei non esser grata a quella maga che, talvolta, si fa la penna per darmi – e dare – sogno?

Tornando alla tua domanda, sì, ne sono convinta: avere negli occhi e nel cuore un luogo speciale è necessario per tutti. Si tratta di una meta di speranza, una casa di sentimento che contiene ciò che sappiamo capace di darci felicità. È un grumo, un’isola, una terra in cui alberga un frammento di noi, un qualche filamento dell’anima nostra che v’è rimasto impigliato e ci chiama, splende come un faro, ci dà la forza di intraprendere la strada per raggiungerlo e, soprattutto, ci sa aspettare.

...avere negli occhi e nel cuore
un luogo speciale
è necessario per tutti.

 

OCCHIPINTI: L’altro termine, titolo di un tuo precedente romanzo, che ahimè provvederò a leggere al più presto,  è “Amurusanza”, un neologismo che sfonda il dialetto siculo la cui comprensione merita di essere approfondita.

L’intraducibilità del termine emerge anche in Terramarina, quando Andrea, piemontese, prova a spiegare al brigadiere cosa significhi.

Nella mia infanzia, l’aggettivo “amurusa” era tra i complimenti che preferivo per cui la comprensione mi è stata… immediata. Dalle pagine del libro sembra quasi che l’amurusanza si possa comprendere solo se ne  siamo stati oggetto.

Ma come ogni esperienza, perché diventi tale non è solo necessario che accada, ma anche che chi la vive la sappia riconoscere.

In un tempo in cui la distanza sociale, imposta e necessaria, sembra dividere anziché unire, cos’è l’amurusanza, come possiamo viverla, che forza ha?

RANNO: Amurusanza è parola molto in uso nella mia famiglia. A pronunciarla era soprattutto una zia di mia nonna – sua coetanea – che, non avendo figli, si era profondamente legata a me: veniva ogni giorno a trovarmi, e mai a mani vuote: nelle sue tasche, nella piccola “truscia” (fagotto) che portava con sé, c’era sempre un dono, talvolta una sciocchezza (caramelle, giocattoli, stacchi di stoffa da portare alla sarta per farne vestiti), molto spesso prezioso (fu lei a regalarmi gli ori che ancora conservo), e quando mia madre ringraziava, lei: “Ma è solo un’amurusanza!” si schermiva. Un’amurusanza, un dono che non ti spiega, non ti dichiara l’amore, ma te lo dimostra.

Hai ragione quando affermi che la possiamo comprendere meglio solo quando l’abbiamo sperimentata, quando ne siamo stati oggetto e dunque ne abbiamo consapevolezza; perché l’amore lo sai, lo capisci, quando te lo senti addosso, quando te lo sversano in cuore accendendoti, così, la gioia.

In questo tempo di distanze, di lontananze, di mancanze, amurusanza è ogni più piccola attenzione: parola che giunge al momento giusto, voce che da lontano carezza, dono che arriva inaspettato, occhi che si guardano – con la mascherina i sorrisi non si vedono – e trasmettono tutto ciò che il sentimento genera, una chiamata in chat, un discorrere da balcone a balcone…

 

La forza dell’amurusanza sta nel suo essere capace di bucare pagine e muri, nella sua attitudine a trasformarsi in casa di sentimento per chi si sente sperduto, abbraccio virtuale che allontana la “solità” e permette di attraversare questo tempo malato senza perdere la speranza.

 

 

OCCHIPINTI: Il romanzo si svolge intorno ad una notte di Natale che, con l’improvviso ritrovamento di una bambina abbandonata, si riappropria del suo vero significato: attesa di una luce che spalanca i cuori, in primis della protagonista Agata, che è come “riportata” in vita, da questo fatto: un fatto eccezionale che si impone e le permette di uscire dalla gabbia di dolore che sembra attanagliarla.

Un vero Natale, pieno di Luce, come si chiamerà la bambina.  Questo riposizionamento del Natale nella sua vera prospettiva, sembra ridare un senso anche a quel contorno di vita, fatto di amicizia, festeggiamenti, pranzi, cene e colazioni interminabili, brillio di luci e suono di campane.

Un “contorno di vita”  che troppo spesso è facilmente derubricato a consumismo, abitudine e vuote tradizioni. L’unione tra i personaggi  sarà tale che Lori, la madre della bambina, a un certo punto domanderà: ma chi siete? Come fate ad essere parenti tra voi? E scoprirà che non sono parenti ma amici. Sono giorni in cui lo slogan che più gira sui media è “salviamo il Natale”: nel tuo romanzo le cose sembrano tornare secondo il loro antico ordine. E’ il Natale, e ciò che avviene in quei giorni a salvare la protagonista piuttosto che il contrario. E’ così?

RANNO: Certo: è Luce che giunge e salva. È lei il Natale, la “Nata al freddo e al gelo” che strappa le tenebre e permettere l’irrompere del calore, della gioia, della compartecipazione conviviale nella vita di una donna – e anche di tutti noi, in questo tempo di pandemia – che ha in cuore il buio e lo sconforto.

Luce trasforma in faro che sfavilla in cima alla collina una casa che, fino a qualche istante prima, era stata un pozzo d’ombra: una casa che si apre e diventa porto che accoglie, seno che allatta, tavola imbandita perché ogni fame sia saziata.

Terramarina è una fiaba in cui il bene cambia, trasforma. Certo, c’è la realtà, con le sue punte d’amaro, col dolore che taglia e uccide, e non potrebbe essere altrimenti: anche nella fiaba più bella il male è in agguato. E siccome io non dimentico che la mia penna è strumento di denuncia, ecco che pure nel magico mondo di Luce ci sono veleni che ammazzano.

Ma siccome a Terramarina non si muore mai, ecco che, comunque, “la vita ride, la vita canta”.

Intervista a cura di Margherita Occhipinti

 

Ndr: Ho una moglie che legge, e legge tanto. Uno dei pochi benefici che porto in famiglia è quello di non far mancare libri in casa. Tanto più, tanti di più durante il suo periodo di quarantena. “Ecco a te, leggi”. Ne sono nate due interviste agli Autori che ha apprezzato di più. Senza alcun preavviso, si è messa in moto, e li ha contattati.  Quella che avete appena letto è il resoconto del primo dialogo con Tea Ranno, che ringraziamo per il calore e l’affetto con cui ha accolto il nostro invito ed osservazioni.

Terramarina è la perfetta “fiaba” di Natale che non può mancare sotto l’albero, tra le mani, e nel cuore. (Massimo Trocchi).

Si ringrazia l’amico Piero Meacci per la concessione delle foto presenti nell’articolo. Siamo a Punta Secca, Sicilia, il luogo dove sempre vuole tornare e sempre tornerà l’intervistatrice Margherita Occhipinti. Ma anche un poco l’amico Meacci..)

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Massimo Trocchi

Approda a Pisa nel 1994 per gli studi universitari e si laurea in lettere classiche. Apprende per qualche anno il mestiere di libraio a Firenze, e nel 2004 torna a Pisa per rilevare la Libreria Pellegrini...

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